The Social Justice and Ecology Secretariat of the Jesuit Curia in Rome

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Definendo la giustizia sociale

Franklin Ibáñez
 



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Cos’è la giustizia sociale? Iniziamo operando un distinguo dalla giustizia penale, quella che siamo soliti vedere nei film quando, davanti a un tribunale, vi sono due parti contrapposte: la parte accusata e la parte accusatrice. Nel caso della giustizia sociale, normalmente non vi sono tribunali, e il soggetto è rappresentato da tutta la società. La società nel suo complesso può creare o promuovere posizioni o situazioni che favoriscono alcun individui e ne pregiudicano altri. Il concetto di giustizia sociale ha iniziato a diffondersi soprattutto nel XIX secolo per criticare il fatto che la società potesse permettere o favorire sperequazioni economiche: pochi avevano molto e molti avevano poco. A quel tempo, giustizia sociale significava cercare una certa uguaglianza economica. Al giorno d’oggi, il concetto è andato ben al di là dell’egualitarismo economico. Oggi, giustizia sociale significa anche evitare, o ridurre, i grandi mali che producono, tra gli altri, il machismo, il razzismo, la xenofobia, e l’omofobia. A volte consiste nel promuovere l’uguaglianza; a volte, invece, nel riconoscere le differenze.

In questo testo, esporremo un concetto generale di giustizia sociale, che abbraccia aspetti che appartengono alla filosofia, alle scienze sociali, e alla teoria politica. Sul tema è già stato scritto molto, partendo dalle discipline e tradizioni culturali più diverse. Oggi, come conseguenza del dialogo interculturale e interdisciplinare, ci troviamo di fronte a differenti, se non contraddittori, modi di intendere la giustizia sociale. Per questo, più che proporre un concetto chiuso e completo, ne presenteremo uno aperto e dinamico. Vale a dire, ciò che intendiamo per giustizia sociale è un concetto ancora in fieri, ma possiamo identificare almeno alcune caratteristiche minime alla base di questo concetto. Esporremo queste caratteristiche in forma di tesi, e formulando alcune domande.

1) In merito al principio normativo: cos’è che rende una determinata cosa socialmente ingiusta?

E’ socialmente ingiusta una pratica che contraddica il principio condiviso e formalmente sottoscritto da diversi popoli dell’eguale valore morale delle persone secondo la cultura dei diritti umani.

Il principio o criterio normativo è il fondamento della giustizia, è ciò che è alla base delle disposizioni normative. A volte si parla di principi della giustizia, di base morale, ecc. Una determinata cosa è giusta o ingiusta perché è conforme, o contraria, a questi principi.

Nel mondo contemporaneo, ivi compreso nelle società apparentemente più omogenee, è difficile trovare un criterio normativo accettato da tutti i suoi membri, poiché non tutti condividono gli stessi principi. Per esempio, secondo alcuni, la base della giustizia si trova nella propria religione: “una determinata cosa è giusta, o sbagliata, perché Dio lo decide” (In questa frase, Dio può significare il Dio della Bibbia o del Corano, o quello che altre religioni considerano come principio divino dell’universo). Tuttavia, coloro che non credono in una religione in particolare, o in nessuna religione in assoluto, negano questo principio.

Quale può essere, allora, un principio normativo che, sebbene non sia ancora universalmente accettato, abbia almeno la possibilità di universalizzarsi, o di tendere verso una più ampia diffusione? Il principio dell’eguale valore morale degli esseri umani. Certamente, oggi, non è un principio universalmente condiviso. Per esempio, nel XX secolo, si sono avute molte guerre, in Europa, in Africa, o in Medio Oriente, perché alcuni sostenevano il principio contrario: determinate persone, o gruppi umani, sono migliori rispetto ad altri. La Seconda Guerra Mondiale, la Guerra dei Balcani, il genocidio del popolo curdo o di quello del Ruanda, sono solo alcuni degli esempi tristemente noti al riguardo.

Ad ogni modo, è il principio più universalizzabile e promettente che abbiamo. E’ stato sviluppato con forza nell’Occidente moderno, partendo dalla sua tradizione cristiana e filosofica; ma anche in diverse culture orientali, e ben prima. E’ al centro delle cultura dei diritti umani, e questo comporta due vantaggi: uno teorico e uno pratico. Dal punto di vista teorico, è un principio morale ampiamente condiviso per l’influenza (a volte violenta) che ha avuto l’occidente nel resto del mondo. Tuttavia, questo principio trova appoggio e legittimazione anche in culture non occidentali. Per esempio, alcune culture orientali praticavano la tolleranza religiosa, pensando che fosse un diritto di tutti gli esseri umani seguire le proprie credenze religiose, molti secoli prima che l’occidente moderno sviluppasse questo concetto. Dal punto di vista pratico, la maggior parte degli stati si sta impegnando formalmente (firmando accordi internazionali) a rispettare i diritti umani, e si vanno implementando meccanismi istituzionali tesi a garantire la loro osservanza. La cultura dei diritti umani avanza nonostante passi falsi e battute d’arresto, ivi compresi ostacoli drammatici. Tuttavia, per ragioni morali e processi storici, molte persone “già” credono nell’uguale valore morale degli esseri umani, e diversi popoli si stanno impegnando politicamente per impletare questo principio.

2) In merito alle dimensioni: in quali settori della vita opera la giustizia sociale?

La giustizia sociale è multidimensionale, comprendendo almeno tre tipi di istituzioni, o di dimensioni – economia, cultura, e politica – e nessuna di queste dimensioni è universalmente più importante rispetto alle altre.

Una determinata dimensione della vita sociale è più importante rispetto a un’altra? Alcuni teorici sociali e gruppi oppressi sostenevano che vi fosse una dimensione più importante rispetto a tutte le altre. Per esempio, a volte si è pensato che la chiave di volta fosse nella politica: “Cambiamo l’accesso al voto e ciò si tradurrà in una maggiore uguaglianza”. Altre volte, l’enfasi è stata posta sull’aspetto economico: “Se le persone fossero economicamente più uguali, non vi sarebbero discriminazioni, ne altri tipi di abusi”. Durante la Rivoluzione Francese si sono ampliati i diritti di partecipazione politica: i cittadini potevano decidere chi li avrebbe governati, e in che modo. Tuttavia, l’oppressione si è mantenuta sotto diversi aspetti. Successivamente, gruppi marxisti e socialisti hanno sottolineato come la chiave di volta fossero i processi economici, e come l’economia determinasse la cultura e la politica. Secondo un modello marxista semplificato, il sistema di produzione divideva la società in due gruppi: oppressori (classe capitalistica ricca) e oppressi (classe proletaria povera). Questa teoria è stata ben accolta in quel particolare momento storico, ma non tutti i gruppi emarginati vi si sono identificati: le donne e le persone di colore, tra gli altri, ritenevano che la loro oppressione non fosse solo economica. (Per esempio, una donna, o un immigrato, potevano essere disprezzati e discriminati non per il fatto di essere poveri ma proprio per essere donne o immigrati, nonostante avessero soldi). Più avanti, una versione del femminismo ha sostenuto che il principale fattore sociale dell’oppressione fosse la cultura di genere. Tuttavia, anche questo programma è stato messo in discussione, dal punto di vista teorico e pratico, perché alcune donne si sentivano prima di tutto nere, indigene, o povere, prima che donne (per esempio: alcune donne bianche istruite esigevano il rispetto sociale soprattutto in quanto donne, mentre alcune donne povere davano la priorità a una migliore situazione economica per la propria famiglia, in quanto madri povere).

Se una società è molto mercantilizzzata, è possibile che fattori economici (come denaro, lavoro, ecc) siano più determinanti: chi ha soldi avrà rispetto sociale e politico. In altre società, il fattore più decisivo può essere, tra gli altri, la casta, il lignaggio, il genere, o la razza. Nella maggior parte delle complesse società contemporanee, sembra impossibile ridurre a un solo fattore (sia questo politico, economico, o culturale) l’origine delle ingiustizie. In qualche modo, l’origine delle ingiustizie sociali, e ciò che la gente emarginata richiede si trova, più o meno, presente nel punto di intersezione tra queste tre dimensioni: cultura, economia e politica. Per di più, alcune persone possono soffrire ingiustizie in queste tre dimensioni allo stesso tempo. Per esempio, la razza o l’etnia condizionano, in diverse società, il mercato del lavoro, il rispetto sociale, e perfino la possibilità di partecipare alla vita politica. Poi, vi sono posti di lavoro mal pagati per le persone di colore, o indigene, che sono disprezzate anche culturalmente, e hanno poche possibilità di governare (pur costituendo, a volte, la maggioranza della popolazione).

Dal momento che le ingiustizie sono multidimensionali e hanno a che fare con diversi fattori, è possibile accumularle. Seguendo l’esempio anteriore pensiamo a una persona di colore, o indigena, che può trovarsi in una situazione di svantaggio economico, politico, e culturale. Qualora questa persona sia anche donna, migrante, e povera, può accumulare un numero maggiore di ingiustizie rispetto a una persona che viene disprezzata solo a causa della propria razza. In questo caso, la stessa persona appartiene a tre gruppi emarginati: le donne, i migranti, i poveri. Risulta essere una persona almeno tre volte oppressa.

3) In merito ai contesti politici: in quali contesti, o unità politiche, si applica la giustizia sociale?

La giustizia sociale è flessibile a diversi contesti, o unità politiche, come lo stato-nazione, o unità, sia minori (per via dei processi di decentralizzazione), sia maggiori (dovuti ai processi di globalizzazione).

E’ lo Stato il contesto politico di riferimento? Alcuni decenni fa, era chiaro che il contesto di riferimento dell’amministrazione della giustizia sociale (e di altri tipi di giustizia) fosse soprattutto lo stato nazione, considerato come l’unità politica per eccellenza. La teoria sulla giustizia e le sue implementazioni istituzionali sono state pensate e disegnate per questo contesto politico. Sebbene sia ancora valido, il contesto di riferimento originale è cambiato: è andato frammentandosi, al suo interno, per via dei processi di decentralizzazione, ed è andato desbordando, verso l’esterno, spinto dai processi di globalizzazione.

In molti paesi, con il progressivo consolidamento della democrazia, si sono registrati processi di decentralizzazione interna. Si creano, cioè, autonomie locali, regionali, o provinciali, a seconda del territorio, e di altri fattori, per favorire, sia l’empowerment della popolazione, sia l’efficienza nell’amministrazione della giustizia. Allo stesso tempo, a livello internazionale, la globalizzazione, in diverse aree, incide sempre più sulla vita di tutti i popoli, ivi compresi quelli che cercano di blindarsi, adottando misure di protezionismo economico, culturale e/o politico. Il terrorismo, le migrazioni, il potere dei capitali, il surriscaldamento del pianeta, rappresentano solo alcuni dei problemi internazionali che un paese non è in grado di risolvere da solo.

Facciamo due esempi. Primo, nel corso del XXI secolo, vi è stata una forte domanda sociale per una maggiore redistribuzione economica all’interno di uno stato, che poteva trasformarsi in un benefattore se garantiva salari economici minimi, salute, e istruzione a tutta la popolazione. Oggi, gli stati non sono più economicamente autonomi e la sorte economica dei loro popoli dipende da ciò che succede nel mercato globale. Di conseguenza, la redistribuzione è, oggi, un problema che riguarda diversi attori internazionali (multinazionali, organismi – FAO, OMC, OMS, ecc – ONG, ecc). Secondo, i gas serra, responsabili del surriscaldamento globale e di altri mali, così come altri agenti contaminanti, non conoscono frontiere, o muri di contenimento, né richiedono requisiti per migrare liberamente in tutto il mondo. Sono visitatori indesiderati, pellegrini che nessuno vuole accogliere; e, tuttavia, nessuno può evitare che entrino all’interno della propria casa.

Entrambi i processi, decentralizzazione e globalizzazione, si verificano con molteplici tensioni. Pertanto, sia i fondamenti teorici della giustizia, sia la loro implementazione pratica, devono essere riconsiderati alla luce di questi nuovi scenari. Dobbiamo ripensare ruoli e ragion d’essere di nuove istanze locali (come gli stati e i loro organi decentralizzati) e trasnazionali (come le Nazioni Unite e i suoi organismi derivati e simili – per esempio: Corte Penale Internazionale, Protocolli internazionali sulla guerra, sui dissastri naturali, sull’ecologia, ecc).

4) In merito alle soluzioni: quali sono le strategie adeguate per risolvere le ingiustizie sociali?

Le domande di giustizia sociale possono essere affrontate attraverso strategie che oscillano tra un approccio conservatore e un approccio radicale, tenendo in considerazione la moralità e l’efficacia di processi e risultati.

Quante strategie di soluzione esistono per le domande di giustizia sociale? Esistono soluzioni molteplici e molto diverse tra loro, che possiamo inquadrare in tre grandi tipologie: conservatrici, radicali e intermedie. Per esempio, per quanto riguarda il tema della povertà, pensiamo alle risposte tradizionali e semplificate degli ultraliberali, dei comunisti e dei difensori dello stato benefattore. I primi sostengono che la soluzione sia promuovere il sistema di libera concorrenza: con il libero mercato (le libere azioni personali) non si avranno perdenti, dal momento che ognuno si sforzerà e otterrà il massimo beneficio. I secondi sono convinti che vadano ristrutturati i sistemi di proprietà e di produzione, dando la priorità al bene della comunità, su quello dell’individuo: la proprietà comune assicurerà il benessere di ciascuno dei suoi membri. Gli ultimi sono a favore di un compromesso tra la libera scelta individuale e la prospettiva comunitaria della società, consentendo una certa redistribuzione dei beni e dei servizi da parte dello stato. Per quanto riguarda le domande di genere, possiamo tentare una classificazione analoga: alcune femministe ricercano l’uguaglianza; altre, che si “decostruisca”, o si distrugga, il genere come categoria; altre, che vi sia un riconoscimento positivo delle differenze di genere.

Qual’è l’opzione migliore? Non è possibile determinare a priori quale sia la strategia migliore e più adeguata dal punto di vista normativo (che sia moralmente corretta) e pratico (che sia efficace nella pratica). A volte, una soluzione è più morale ma inefficace, o viceversa. Altre volte, vi possono essere, allo stesso tempo, valide ragioni normative e pratiche per ciascun tipo di soluzione. Per questo motivo, per scegliere quale strategia adottare, è necessario tenere in debita considerazione criteri normativi e pratici, a seconda del contesto concreto, e a seconda della società specifica della quale si tratti.

E’ meglio cercare soluzioni specifiche a ciascun problema, o soluzioni che affrontino l’insieme dei problemi? Le strategie di soluzione debbono essere studiate per un problema concreto, senza trascurare la relazione di questo problema con altri problemi. Per esempio, in una società X, il genere è un fattore che struttura il mercato e le gerarchie di rispetto sociale, pertanto vi sono due problemi: bassi redditi per la donna, e una sua sottovalutazione. Il mercato lavorativo non riconosce le attività connesse con il prendersi cura di determinati soggetti (per esempio: la crescita e la cura dei figli) né i lavori domestici e prevede alcuni lavori “da colletto rosa” (per esempio: le segretarie), non tanto ben pagati come i lavori tipicamente maschili; per questo, i salari delle donne sono bassi. Inoltre, le donne vengono rappresentate come bisognose di speciale protezione in quanto fragili e dipendenti, e non così autonome e capaci come gli uomini. Per risolvere il primo problema (bassi salari) la società può decidere di versare redditi extra, o servizi speciali, a favore delle donne. Tuttavia, ciò potrebbe esacerbare il secondo problema (sottovalutazione) dimostrando che effettivamente la donna è un essere dipendente, che necessita della protezione paternalistica dello stato. Pertanto, tenendo presente che le strategie di soluzione hanno effetti multipli e diversi nell’economia, nella cultura, e nella politica, dobbiamo ponderare attentamente che l’effetto globale sia morale ed efficace.

5) In merito alla natura: qual’è la relazione tra natura e giustizia sociale?

La giustizia sociale tiene conto, oltre che della società, anche della natura (o ecosistema), quale scenario ugualmente fondamentale, che assegna dei limiti morali ed efficaci all’azione umana.

Qual’è il ruolo della natura nella tradizione etica e giuridica occidentale? Un ruolo quasi nullo. Per molto tempo, la maggior parte della tradizione occidentale ha considerato la società come l’unico scenario rilevante per la gistizia. La natura veniva relegata in secondo piano, quale sfodo prescindibile, e inoperante; una “natura morta” priva di rilevanza per il tema della giustizia. A livello pratico, la crisi ecologica attuale ci obbliga a ripensare la relazione tra l’essere umano e l’ecosistema anche per definire la giustizia sociale. A livello teorico, lo sviluppo dell’ecologia come scienza ci porta alla ridefinizione dei limiti tra il sociale e il naturale. Il limite legato all’efficacia è più ovvio: non si può sfruttare la natura all’infinito, poiché faremmo morire lei e, pertanto, noi stessi. Ma ci interessano di più i limiti morali.

Cosa cambia moralmente nella giustizia sociale con l’ecologia? Per lo meno l’oggetto e il soggetto. I cambiamenti che riguardano l’oggetto della giustizia, ciò che si distribuisce, sono evidenti nella comparsa di due nuove categorie: la giustizia climatica e la giustizia ambientale. Recentemente, più o meno nell’ultimo decennio, si parla di “giustizia climatica”: i danni prodotti dal cambiamento climatico (in particolare, il surriscaldamento globale) devono essere risolti e compensati da chi, più di altri, contribuisce a produrli (vale a dire, i paesi più sviluppati). Il concetto di “giustizia ambientale” nasce probabilmente prima degli anni novanta, ma si diffonde soprattutto dopo gli anni novanta. Questa giustizia è strettamente legata al modo in cui vengono distribuiti i beni (aria pulita, terra, acqua, e beni ambientali) e i mali (contaminazione, degrado, e altri danni ambientali) dal punto di vista ecologico. La giustizia climatica sarebbe un sottoinsieme della giustizia ambientale.

In questo dialogo tra società e natura, cambiano anche i soggetti della giustizia, coloro che hanno diritto alla giustizia, o coloro ai quali vengono distribuiti i beni. Per secoli si è pensato che la natura, ivi compresi gli essere viventi che vi abitano, potesse essere distribuita tra gli esseri umani. Allo stesso modo, nei secoli della schiavitù si pensava che gli schiavi fossero animali, non persone, e che potessero essere scambiati, a seconda degli interessi dei proprietari. Nel XIX secolo, con la fine della schiavitù, anche gli ex schiavi diventano soggetti di diritto, vengono, cioè, riconosciuti come esseri umani. Tuttavia, gli animali, e più in generale la natura nel suo complesso, restavano esclusi dal novero dei portatori di diritti. L’essere umano era l’unico essere titolare di diritti, era il principio unico della giustizia. Non senza ragione, si dice che questa sia una visione antropocentrica: il bene e il male si determinano in ragione di ciò che conviene, o meno, all’essere umano. Oggi si mette in discussione questa visione. Ispirati da argomenti scientifici, da una rivalutazione di visioni tradizionali (proprie dei popoli che sono stati colonizzati) e da una simpatia affettiva, migliaia di attivisti pretendono un’estensione dei diritti agli animali e alla natura. Anche alcuni stati iniziano a riconoscerli come soggetti di diritto. Pertanto, è necessario completare la caratteristica, o la tesi primaria, concernente l’eguale valore morale degli esseri umani, con questa tesi: il bene dell’essere umano può essere il principio alla base della giustizia sociale, ma non è un valore assoluto.

6) In merito alla democrazia: come viene interpretato e implementato ciò che è giusto?

La giustizia sociale si definisce storicamente e contestualmente a partire da un processo democratico sempre più participativo di interpretazione e di implementazione.

Dalle tesi precedenti, si evince chiaramente come la giustizia sociale stia attraversando, storicamente e contestualmente, una fase di sviluppo. Il modo in cui viene interpretata a livello teorico, e implementata nella pratica, dipende dalla storia e dal contesto. Vediamo alcuni esempi riepilogativi di ciò che abbiamo fin qui presentato.

La prima tesi, inerente l’eguale valore morale degli esseri umani, ha recentemente guadagnato forza universale, in particolare, negli ultimi due secoli. Nei secoli del colonialismo europeo, XVI-XVIII, quest’affermazione non godeva di un ampio sostegno. Oggi, sembra che non si possa tornare indietro: prende sempre più piede l’idea che tutti gli esseri umani siano riconosciuti come uguali. Dobbiamo, però, ammettere che non è stato sempre così. Anche la seconda tesi, quella relativa alle varie dimensioni della giustizia, è andata cambiando con il passare del tempo, e il mutare del contesto. Per esempio, l’economia può essere la dimensione fondamentale, specialmente, nelle società capitalistiche, ma la società capitalistica è apparsa nella storia dell’occidente solo recentemente, con l’età moderna. Molte società sono state estranee al capitalismo per secoli. Oggi, il capitalismo globale si estende in ogni angolo della terra, tuttavia, non possiamo ancora affermare che l’economia capitalistica sia il fattore principale che strutturi le società.

La nostra concezione di giustizia cambia, è dinamica. La validità e il significato delle nostre tesi non sono assoluti, ma dipendono dal momento storico e dal contesto dal quale giudichiamo. Oggi, ci sembra che le caratteristiche più appropriate, nel contesto della globalizzazione, siano, tra gli altri fattori, la crisi ecologica e la cultura dei diritti umani. Tuttavia, diciamolo esplicitamente, nulla ci assicura che non muteranno nel tempo. Oggi, ci sembra incredibile che, per secoli, si sia tollerata la schiavitù. Forse, alle nuove generazioni, sembrerà grottesca l’esistenza, all’interno delle nostre società, dello sfruttamento economico, del razzismo, del machismo, dell’omofobia, ecc. O forse, ci criticheranno per non aver integrato sufficientemente le nuove generazioni nella giustizia sociale, o per non aver considerato gli animali e la natura. O forse, scopriremo nuove forme di ingiustizia.

Chi, oggi, dovrebbe dire come interpretare e implementare la giustizia? Tutti, il demos. L’autore della giustizia sociale non è il teorico, né il politico di professione, ma la comunità democratica colpita proprio da questi problemi. La legittimità dell’interpretazione e dell’implementazione della giustizia sociale viene concessa dalla comunità politica attraverso i processi democratici. L’accademico, il governante, l’attivista sociale (o altri soggetti) sono membri che ricoprono ruoli specifici, ma nessuno di loro ha il potere assoluto di determinare ciò che sia giusto. Eventi mondiali (come l’opposizione all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, o le proteste degli “indignati” di fronte alla crisi economica del 2008-2011) sottolineano la progressiva comparsa di una comunità democratica globale. Diverse contesti democratici (locali, nazionali, o internazionali) debbono essere riconosciuti come gli autori della giustizia.

La democrazia assicura la giustizia? No. La democrazia non è infallibile, ma è, tuttavia, revisabile e, pertanto, suscettibile di miglioramenti. Nessuna società (a meno che lo scenario non sia globale) accorda a tutti i suoi cittadini, indistintamente, le stesse condizioni per partecipare alla vita democratica del paese. I più di due secoli di espansione della democrazia moderna hanno mostrato, a volte drammaticamente, i difetti della democrazia stessa. Molte volte, “democraticamente”, si è consentita l’oppressione di determinati gruppi (poveri, donne, indigeni, omosessuali, migranti, ecc). Tuttavia, è anche vero che molti dei gruppi oppressi vanno conquistando, democraticamente, una propria posizione all’interno della democrazia. E’ il paradosso insito nella democracia stessa: può espandersi o annichilirsi. E’ lo strumento del potere pubblico, dei cittadini, per trasformare qualsiasi cosa, ivi compresa se stessa. L’obiettivo è che una società democratica (locale, nazionale, o globale) rifletta su sé stessa, per arrivare a essere sempre più partecipativa e giusta.